Vita, opere e delitti di Erszebet Bathory

Magia nera, vita e delitti della contessa ungherese

Erszebet Bàthory nacque in Ungheria nel 1569. Considerando l’epoca in cui visse ricevette un’ottima educazione: a undici anni leggeva la Bibbia e la storia dell’Ungheria in latino mentre le donne del suo tempo e del suo rango sapevano a malapena leggere e scrivere. A quindici anni sposò il conte Ferencz Nàdasdy e si trasferì con lui nel castello di Csejthe, dopodiché Ferencz ripartì per la guerra e la vita di Erszebet si riverlò triste e tediosa. Così, per vincere la noia, la giovane trascorreva la giornata davanti allo specchio e con l’aiuto delle sue damigelle cambiava abito, pettinatura e gioielli anche quindici volte al giorno. Nell’anticamera aveva fatto costruire un laboratorio dove distillava creme e unguenti per perfezionare il suo incarnato latteo. Il bianco era il suo colore: pur pallidissima vestiva abiti candidi e ornava i neri capelli con cascate di perle e diamanti. Nelle ore che passava nella sua stanza, Erszebet chiedeva ripetutamente alle damigelle conferme sulla sua bellezza: lo specchio non la stancava mai, se ne staccava solo quando veniva presa da acutissimi mal di testa che le procuravano crisi convulsive. Col tempo imparò a sfogarsi sulle cameriere indifese: torturandole il mal di testa scompariva, le convulsioni si calmavano ed entrava in uno stato di trance che le procurava un piacere inaspettato. Se una cameriera aveva chiacchierato mentre rammendava, la bocca le veniva cucita con filo nero dalla stessa Erszebet; se aveva stirato male, il ferro rovente le veniva passato sul viso e sui piedi; se aveva rubato qualche spicciolo veniva cosparsa di miele e legata ad un albero, preda di bestie piccole e grandi. Questa pratica divenne quotidiana, ed Erszebet cominciò a pretendere che ragazze belle e disponibili venissero raccolte in paese e condotte da lei. Aveva con queste giovani rapporti lesbici e poi le martoriava conficcando spille nei loro corpi. La cura del corpo e la ricerca della bellezza eterna occupavano l’intera giornata di Erszebet e le uniche pause erano dedicate ai piaceri della tortura. Nelle segrete del castello era rinchiusa una moltitudine di fanciulle, strappate alle loro famiglie con la promessa di lavorare come cameriere. Erszebet conficcava spilloni nelle carni, bruciava il sesso delle ragazze con le candele e infilzava aghi sotto le unghie e nei capezzoli delle malcapitate. D’inverno le conduceva nella foresta e mentre i suoi seguaci le immobilizzavano, la contessa gettava loro addosso secchi di acqua gelida che si ghiacciava velocemente, trasformando le poverine in rigide statue con le bocche congelate in un grido.

Fu solo dopo la morte del marito che Erszebet scoprì casualmente ciò che cercava da una vita. Una mattina una serva imprudente intrecciò male i capelli della contessa, gli immensi occhi di Erszebet si rabbuiarono e con la mano candida e affusolata schiaffeggiò fulminea la colpevole. Il sangue sprizzò dalla bocca e dal naso cadendo sulle mani, sulle braccia e sul vestito di Erszebet. Le serve si precipitarono a pulire le macchie dell’abito dimenticando per qualche minuto le stille di sangue rimaste sulla sua pelle. Erszebet osservò la mano pensierosa: il sangue coagulato aveva reso l’incarnato più lucido, quasi trasparente. Un’idea le passò fuggevole nella mente, venne repressa, ma finì per restarvi. Finalmente aveva capito cosa doveva fare per impedire al tempo di guastare la sua immacolata bellezza.

Da quel giorno le torture sulle giovani domestiche ebbero uno scopo, le poverine venivano dissanguate per permettere a Erszebet di immergesi nel loro sangue versato in una vasca. Le giovani dovevano essere ben nutrite perché il sangue facesse effetto, quindi le obbligava a mangiare le carni, cucinate alla griglia, delle compagne in dolore e a volte anche lei stessa si cibava delle sue vittime. Tutto questo continuò per anni, adombrato dal potere della contessa e dal silenzio della foresta: le poche volte che Erszebet usciva dal castello, le donne e gli uomini di Csejthe  si chiudevano in casa terrorizzati a pregare.

Ma i delitti della contessa-vampiro dilagarono come una letale epidemia, giungendo alle orecchie del cardinale. Arrivò senza essere annunciato assieme ai suoi soldati. Gli abitanti di Csejthe conoscevano la strada che conduceva ai sotterranei e la indicarono ai soldati. Un fetido odore di morte aleggiava nelle segrete, i muri erano ricoperti di sangue. Videro la sala delle torture e i terrificanti strumenti per le sevizie, come la “vergine di ferro”, una sagoma vuota al cui interno si trovavano affilatissime lame, che consentiva di dissanguare la vittima in pochi istanti. Videro il sangue raggrumato nella vasca e nelle prigioni le ragazze, alcune morte, altri agonizzanti o impazzite. Erszebet fu trovata mentre tentava di fuggire. Fu fermata e nella carrozza colma di strumenti di tortura fu rinvenuto il diario della contessa: senza pietà o rimorso, Erszebet aveva annotato i nomi, le particolarità e le torture inflitte alle giovani.

Seicentodieci ragazze in tutto, i cui cadaveri venivano disseminati nella foresta.

Tuttavia Erszebet non venne mai processata: la sua famiglia sarebbe stata disonorata all’ombra di quella donna bestiale. La contessa venne quindi chiusa nella sua stanza. Un prete le fece visita: venne accolto nella saletta da una donna glaciale, truccata e agghindata come per un ricevimento. Appena lo vide entrare, la contessa lo maledì e lo fece scappare. E così le finestre e la porta della sua stanza vennero murate, ad eccezione di una fessura per l’aria e per il cibo.

La camera era fredda e buia tutto l’anno e presto si riempì di pipistrelli e topi. Erszebet non si lamentò mai, non chiamò mai nessuno e non scrisse messaggi.

Tre anni dopo, il 21 agosto del 1614, Erszebet fu ritrovata morta sul suo letto, vestita di bianco, con fili di perle nei capelli. Bellissima e ancora giovane.

 

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