Il mistero del castello di smeraldo - Favola di Michelangelo
Rossato
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C'era una volta, com’è di consueto iniziare le favole, un castello.
Ma non era un castello come un altro: era un castello enorme.
Per misurare la torre più alta, bisognava mettere l’uno sopra l’altro moltissimi campanili,
infatti la torre si poteva vedere da miglia e miglia di distanza.
Per misurare il perimetro di questo castello bisognava stendere a terra centinaia e centinaia
di querce secolari.
Le pareti, le colonne e scale erano fatte con il più prezioso smeraldo, i mobili erano stati
costruiti con un legno pregiatissimo e le pareti erano adornate con meravigliosi arazzi,
dipinti incredibili, e a terra stavano tappeti dal broccato preziosissimo.
Il castello di smeraldo stava nel bel mezzo di una foresta tanto bella quanto pericolosa,
di essa si sapeva solo che gli alberi erano trasparenti, poiché di purissimo cristallo.
La foresta a sua volta era protetta da una palude profumatissima, talmente vasta e fangosa
che nessuno era mai riuscito a superarla.
La palude era anch’essa protetta da un fiume d’oro, che magicamente attirava i viandanti
verso una triste fine: nelle sue dorate acque si nascondeva una pericolosa bestia,
anch’essa di quel prezioso minerale, la quale divorava chiunque entrasse nel suo fiume.
Nessuno era mai riuscito ad oltrepassare il fiume, quindi nessuno aveva mai sentito i profumi
della palude e tantomeno visto la foresta degli alberi di cristallo.
Ma ugualmente si conosceva questo posto, poiché le creature del cielo spifferavano tutto
agli uomini di quello che vedevano, anche se nemmeno loro potevano entrare nel castello:
per impedire che proprio nessuno potesse entrare, sulla torre più alta, quella di cui
vi ho parlato prima, stava a riposare un grifone, talmente addestrato che riusciva a catturare
persino una piccola libellula.
Perché tutta questa protezione? Questa era la domanda che tutti si chiedevano
ma nessuno poteva rispondere, poiché nessuno era mai entrato nel castello di smeraldo.
Fu un giorno che un viandante si fermò a dormire al villaggio vicino al fiume d’oro,
fu rapito dal mistero del castello e decise di provare ad entrarci.
La mattina seguente si trovò vicino al fiume d’oro.
-“Non ci provare ragazzo” disse una vecchiarella che se ne stava seduta sopra un masso.
“Io sono sorda e il fiume d’oro non può attirarmi, ma stai attento: nessun uomo è mai riuscito
ad attraversarlo!”.
L’anziana donna stava a testa alta sotto il cielo nuvoloso. Il nostro protagonista misterioso
si avvicinò alle acque luccicanti: l’acqua vibrò, il cielo si riempì di nubi.
La vecchia saccente, colma di paura, corse a gambe levate verso il paese.
Delle voci dolci e soavi arrivarono alle orecchie del ragazzo:
-“Avvicinati! Vieni da noi e vivrai in eterno! Vieni ad abbracciarci! Siamo le figlie del fiume!”
Il ragazzo, furbo come una volpe, si sedette vicino alla riva, ma non toccava l’acqua stregata.
Si era tappato le orecchie con della cera e stava immobile ad osservare l’acqua.
-“Vieni, tuffati in queste pacifiche acque e troverai la pace, ti potrai riposare
delle tue fatiche!”. Nulla: il ragazzo stava impassibile. Vedendo questa scena, il mostro
del fiume volle uscire allo scoperto: l’acqua si increspò e dalle acque dorate uscirono
delle bellissime fanciulle. La loro pelle era dorata, come gli occhi e le labbra.
I boccoli d’oro scendevano sui seni nudi.
Una fanciulla si avvicinò alla riva e tese la mano al coraggioso.
-“Tocca l’acqua e potrai vivere in eterno!”
-“Tocca l’acqua!”
-“Toccala!”
Dissero le tre ingannatrici. Ora il mostro del fiume stava sulle spine e volle mostrare
tutta la sua potenza: emerse enorme dalle acque e il ragazzo rimase stupito nel vedere che
le fanciulle dalla vita in giù diventavano un grande tentacolo, attaccato alla testa del mostro.
Erano come dei burattini sensuali per richiamare gli uomini nel fiume!
La grande testa mostruosa parlò con la voce delle fanciulle:
-“I miei bellissimi tentacoli-donna non ti hanno ingannato, nemmeno io ti spavento
miserabile omuncolo?”
Il ragazzo non rispose, ma si tolse la cera dalle orecchie.
-“TOCCA L’ACQUA e ti lascerò vivere in eterno nel mio castello degli abissi del fiume!”
insistette il bugiardo mostro.
-“Ad una condizione!” rispose il misterioso individuo.
-“Quale?” disse con voce dolce il mostro.
-“Prima di diventare immortale come tu mi hai promesso, voglio dare un’occhiata all’altra riva:
esaudisci questo mio desiderio!”
Il malvagio mostro in verità non voleva dare la vita eterna al cavaliere: infatti, per via
di un incantesimo che lo aveva reso debole di stomaco, poteva mangiare solamente le persone
che erano entrate nell’acqua stregata; l’acqua aveva il potere di trasformare la vittima
in una trota, l’unica cosa che la bestia del fiume riusciva a digerire.
Siccome era da mesi che era a digiuno, il mostro pensò fra se e se:
-“Se gli faccio dare un occhiata all’altra sponda, questo ragazzo ci casca ed entra nel fiume
per diventare immortale. Appena entra me lo pappo!”
Così, il mostro abbassò un tentacolo-donna: la ragazza abbracciò il cavaliere misterioso
e lo portò sull’altra sponda, ma senza fargli toccare terra.
Il nostro eroe, sagace inventore di tranelli, fece cadere una moneta a terra.
-“Oh, la mia moneta portafortuna! Quando sarò immortale sarà piacevole tenerla fra le mani!
Fammi scendere a terra per raccogliarla!” disse rivolto alla feroce creatura.
-“Se non gli lascio raccogliere la moneta, sicuramente s’insospettirà” pensò tra sè e sè
l’ingannatore del fiume.
La ragazza-tentacolo lo liberò dal forte abbraccio e lo lasciò cadere a terra.
Presa in mano la moneta, il ragazzo disse:
-“Bene bene, ora che ho visto cosa c’è su questa sponda, penso proprio di dover venire con te
nel tuo castello e diventare immortale.”
Così dicendo si avvicinò all’acqua e si accinse ad immergersi. Il mostro si leccava già i baffi.
-“Oh, ma guarda…” disse il ragazzo con le mani a pelo sull’acqua “…una trota! Non credevo che
questo fiume fosse abitato da pesci!” Alzò una mano e indicò un punto del fiume, dove,
in verità, non ci stava nessuna trota.
Il mostro, senza pensarci due volte si tuffò in acqua in cerca della preda, lasciando
il ragazzo correre all’impazzata più lontano possibile dal fiume.
-“Il primo ostacolo è superato!” pensò il ragazzo “è stato facile ingannare il mostro:
al paese sapevano tutti che il suo piatto preferito sono le trote e così ho usato questo
stratagemma! Ma ora tocca alla prova numero due: le paludi Odorandole!”
Davanti a lui si apriva una distesa immensa: fango rosa, rosso, azzuro, viola, verde, marrone,
nero, bianco, azzurro. E ancora: turchese, grigio, giallo, arancione e chi ne ha più ne metta.
La fanghiglia era abbastanza solida e ci si poteva camminarci sopra: il ragazzo non aveva
mai visto tanti colori messi assieme, sembrava di camminare sopra l’arcobaleno.
-“Come fa ad essere pericoloso un posto così bello?” si chiese lo sconosciuto.
Ma le paludi odorose gli riservavano una pericolosa sorpresa.
Ad un tratto uno sterminio di profumi avvolsero l’avventuriero: c’erano profumi di incenso,
fragole, profumo di aria fresca, odori di cibi caldi e di bevande afrodisiache.
Il fumo era come una grande mano che chiamava a se il ragazzo; le dita vaporose gli entrarono
nel naso e il ragazzo fu rapito dall’incanto delle paludi.
Si avvicinò ipnotizzato alla mano vaporosa; camminava incoscente verso un luogo non preciso.
Poco tempo più tardi si trovò sveglio nei pressi di una gola, nel bel mezzo della palude.
Dalla gola uscì un gorgoglio, un boato e poi un’ombra scurà uscì dal gigantesco buco:
una vecchia dalla pelle nera e dai capelli stopposi e puzzolenti si avvicinò al nostro eroe.
La strega della palude si trascinò con la bocca spalancata verso la sua preda:
aveva occhi rossi come la brace e i denti erano così tanti e affilati da dilaniare una spada.
Sembrava che non avesse gambe, infatti la lunga e sporca veste le copriva; che avesse o
non avesse gambe, la strega era comunque orribile e il ragazzo si spaventò a morte e lanciò
un urlo nell’aria vedendo quanto veloce nello strascicare era la vecchia creatura.
-“Ciao bel giovane! Sei il primo che vediamo avvicinarsi alla nostra tana!”
-“Mi scusi sua beltà se ho disturbato il suo sonno!” disse il ragazzo impaurito:
Jenny, questo era il nome della strega, gli aveva appena afferrato le gambe.
Presto si accorse che i colori della palude erano scomparsi e al loro posto si era diffuso
un marrone verdastro, al posto dei profumi, un intenso odore da fogna si sparse nell’aria:
era stata solo un’allucinazione.
-“Esprimi il tuo ultimo desiderio carino…!” gracchiò Jenny.
-“Non avrete mai l’intenzione di mangiarmi, vostra maestà?”
-“Ma certo che SI! Ah ah ah!”
-“Ma non meritate uno scarto come me! Siete troppo bella, siete incantevole!”
-“Davvero? Tu ci trovi incantevoli?” disse vanitosa la vecchia strega della palude.
-“Certamente” rispose l’altro “siete bella come il primo raggio di sole e lieve come
l’ultima stella cadente!”
-“Oh! Che saporito pasto sarai per noi, se anche il resto di te sarà dolce come la tua lingua!”
Jenny diede uno strattone all’eroe e lo trascinò ancora di più nella gola. Il ragazzo si
aggrappò ad un sasso e per sua fortuna non cadde.
-“No! Prima di morire, vorrei sapere quante siete in quella fossa: almeno saprò da quante
streghe sarò divorato!”
La strega indugiò, ma poi rispose: “Noi siamo state sempre sole, e così abbiamo cominciato
a parlare con noi stesse…Siamo una, ma siamo anche tante!”.
Infatti la strega era l’unica ad abitare nella gola, ma era una creatura che non vedeva gente
da secoli e secoli, così parlava da sola e usava sempre parlare al plurale.
-“Scambiate l’ingordigia con la bellezza, vi regalerò questo gioiello!” disse il ragazzo
mostrando il suo prezioso ciondolo. Jenny parlocchiò tra se e se, come se stesse facendo
una riunione di famiglia: quel gioiello doveva piacerle molto. Poi disse:
-“Noi abbiamo deciso che prenderemo tutti e due: la tua carne e il ciondolo!”
Nel momento in cui la strega si abbassò per afferrare il gioiello, il furbo ragazzo,
velocissimo afferò la spada e tagliò di netto le braccia della strega.
Con un urlo di dolore la strega strisciò nella sua tana, portandosi dietro i due arti
scheletrici. Forse la strega riuscì a guarire, curandosi con bava e erbe, o forse morì
all’istante, questo non si è mai saputo. Ma quella di Jenny è un’altra storia, e dovrà essere
raccontata un’altra volta.
Ritorniamo al nostro avventuriero misterioso. Dove finì? Dopo la seconda prova, il nostro eroe
si era addentrato nella foresta dagli alberi di cristallo.
Il sentiero che il ragazzo stava percorrendo era interamente costruito con schegge di specchio
e le erbe, i fiori e persino gli animali erano di cristallo, come gli alberi.
Immerso nella magia del luogo, il coraggioso s’incamminò per il sentiero con la spada in mano.
Cammina cammina, arrivò nel centro della foresta. Si era perso e i sentieri lo riportavano
nello stesso punto, s’inginocchiò e rimase lì ad aspettare.
Dopo alcuni minuti di silenzio, un rumore di passi si sentì eccheggiare tra i preziosi alberi.
Un essere, più basso di un uomo ma più alto di uno gnomo si avvicinò al ragazzo:
-“Ma guarda un po’! Un umano! È da tempo che non ne vedo uno da queste parti!”
Il nano aveva una lunga barba argentata e la sua pelle era lucente e bianca.
Il suo vestito sembrava fatto di perla e le scarpe erano trasparenti e scintillanti.
-“Mi sono perso!” disse il giovane alla creatura della foresta.
Il nano si grattò la testa, poi disse lievemente: -“Io potrei aiutarti!”
-“Come?”
-“Se tu risponderai ad un mio quesito, io ti porterò fuori da qui!”
Il ragazzo lo incoraggiò a pronunciare l’indovinello, il nano lo accontentò:
-“Come si chiamano questi animali?”
Così dicendo il nano alzò la mano e da dietro gli alberi uscirono tre animali
di razze diverse, tutti interamente di cristallo.
-“Ma è facile!” disse il giovane pronunciando i loro nomi: “Cerbiatta cristallina,
lupo cristallino e corvo cristallino!”
-“Sbagliato!” ridacchiò il nano “I loro nomi sono: Filippa, Gregorio e Remigio!
Chissà perché sbagliano tutti!?”
Il ragazzo furioso prese il nano per la punta della barba e lo tirò in aria:
-“E no caro nano! Non è valido!”
-“D’accordo, d’accordo, ti farò un altro indovinello, ma lasciami la barba!”
L’eroe lasciò la presa e nano con barba caddero a terra.
Il nano pronunciò il vero indovinello:
-“..Esiste prima di nascere
e quando nasce muore…”
Il ragazzo divenne dubbioso, la sua fronte si era crucciata e grovigli di pensieri
cercavano una logica risposta.
Una pianta? Uno strano animale? Non saprò la risposta prima di domani, pensava il guerriero
ma in quel momento riuscì a rispondere all’indovinello:
-“È solo questa la tua intelligenza, nano? Sembra un indovinello difficile, ma non lo è:
solamente il domani esiste prima di nascere e nascendo muore!”
Il nano furioso si agitò a terra, cominciò a riempirsi di insulti e umiliazioni,
poi si rialzò pieno di lividi e disse al giovane:
-“Mi hai superato! Mi hai superato giovane saggio!”
-“Ora dovrai mantenere la tua promessa!”
-“Certamente!”.
Mentre il nano lo accompagnava per un sentiero lucente, il ragazzo era rapito dalla bellezza
della foresta. -“Se non mi avessi incontrato, non saresti uscito vivo di qui” disse il nano
“Quando stai tanto tempo nella foresta cristallina, è ovvio che presto ti tramuterai in una
statua di cristallo!”.
Infatti il sentiero che stavano percorrendo attraversava una piccola valle piena di uomini
di cristallo: statue malinconiche e trasparenti, che al solo rumore acuto si sarebbero
frantumate e le anime in esse racchiuse sarebbero volate al vento morendo.
-“Ecco, siamo arrivati!” disse il nano sollevando un ramo e facendo vedere le meravigliose
mura del castello di smeraldo alla luce della luna.
-“Ed ora, cosa devo fare per entrare nel castello?” chiese il giovane, ma presto si accorse
che era rimasto solo: il nano dalla lucente veste era scomparso, rimaneva solo lui e i suoi
piani per entrare nel castello.
Non c’erano né porta né portoni e questo complicava la sua conquista; l’avventuroso uscì dalla
boscaglia e lasciò dietro di se gli alberi che lo proteggevano.
Cominciò a correre verso le mura del castello: c’erano circa una ventina di metri di lontananza
tra i margini della foresta e le mura, ma il giovane non toccò mai i mattoni di smeraldo.
Si sentì un acuto grido di aquila e un mostro piombò dal cielo.
Afferrò per il mantello il ragazzo e lo portò su, su per gli alti bastioni, fino alla torre
più alta.
Il giovane uomo cadde in un luogo morbido: era stato gettato nel nido del mostro, nella stanza
più alta della torre. Si girò e con stupore vide il velocissimo grifone avvicinarglisi.
Le zampe di leone avevano artigli affilatissimi e le ali e la testa di aquila erano ricoperte
di penne e piume.
Con un gesto veloce e prudente, il grifone legò le mani e i piedi del ragazzo con della corda.
-“Domani ti mangerò per colazione piccolo uomo! Stanotte dormi bene perché sarà l’ultima notte
che farai!”
Così dicendo, il grifone volò fuori del terrazzo e tornò alla sua imperterrita vedetta.
Il ragazzò si guardò intorno: la stanza dove si trovava il nido era vuota, ma c’era una
piccolissima porta di smeraldo. Nel nido stava un uovo grande come una zucca e dal guscio
marrone a pois neri. Doveva essere l’uovo del grifone, o meglio della grifonessa
(giacché era l’unico esemplare della zona e un grifone che cova non si era mai visto).
Il furbo avventuriero riuscì a sfilare il pugnale dall’astuccio che teneva appeso alla cintura
e tagliò le corde che lo legavano. Prese il pesante uovo e, lo nascose con il pagliericcio
del nido; prese tutte le piume che trovò nella stanza e si travestì perfettamente da
cucciolo di grifone.
Si avvicinò alla porta così travestito e disse:
-“Apriti porticina,
fammi passare!
Senza chiave o cernierina,
lasciami entrare!”
E la porticina rispose:
-“Non mio caro grifoncello,
non ti lascio passare!
Una chive che sta a pennello
devi avere per entrare!
La notte presto se ne andò e, arrivò puntualmente la grifonessa; si guardò intorno, ma non vide
più il cavaliere: al suo posto c’era il cucciolo di grifone.
-“Oh, mio piccolo tesoruccio!” Gracchiò l’ingorda.
-“Mammina!” disse lo scaltro eroe travestito. Così dicendo il falso grifoncello si aggrappò
al petto della creatura e con il coltellino le tagliò il collare di nascosto.
-“Finalmente sei nato mio caro!”
-“Ho fame mamma, ho fame!”
La grifonessa dal cuore materno se ne volò fuori dalla finestra per cercare qualche cosa da
dare al suo amato figlio. Più veloce che poteva il ragazzo prese il coltellino e spaccò a metà
il ciondolo che pendeva dal guinzaglio della grifonessa: come pensava lui, dentro il ciondolo
si nascondeva una minuscola chiave verde.
Infilata nella serratura, cercò di aprire la porta.
-“Non ti lascio passare,
mio caro cavaliere!
Per poter entrare
devi dire…”
In quel momento, mentre il ragazzo pensava alla parola mancante un’ombra entrò nella sala:
era la grifonessa. Con un ruggito terribile si avvicinò a passi pensanti verso l’eroe.
-“…devo dire per piacere!” Urlò il giovane.
La porticina si aprì, il ragazzo dovette chinarsi per entrare e più veloce che poteva chiuse
la porticina dietro di lui. La grifonessa non fece in tempo a pigliare il suo ingannatore
ma infilò gli artigli sulla porta, facendo prendere al cavaliere un grande spavento che lo fece
urlare di terrore.
Poco dopo, l’eroe si accorse di essere entrato nel castello di smeraldo. Si voltò e la luce
lo abbagliò: gli occhi non erano abiutati a tanta lucentezza. Ben presto cominciò a vedere:
corridoi dalle pareti altissime lo circondavano, erano tanto lunghi che non si vedeva la fine
ma solamente un susseguirsi infinito di porte verdi. Da dove cominciare? Il castello era
un labirinto, il ragazzo passava da salone in salone: le finestre avevano i vetri neri e non
si vedeva l’esterno. Continuava a vagare tra arazzi e portoni, scale infinite e gigantesche
sale dove stavano appesi quadri splendidi. Fu in una di queste strade che il ragazzo si fermò:
sotto i suoi piedi c’erano delle impronte di piedi scalzi. Non erano le sue poiché egli
indossava delle scarpe, ma la cosa particolare di quelle impronte è che non erano nere come
le altre: emanavano luce. Il cavaliere seguì le impronte e si trovò davanti ad un portone
immenso e socchiuso: dallo spiraglio aperto usciva ancora luce bianca: il ragazzo entrò nella
stanza.
All’inizio non distingueva niente, poiché la luce era dappertutto: sembrava di trovarsi nel
vuoto assoluto e la porta dietro di lui era scomparsa. Poi lo vide: c’era qualcuno accovacciato
a terra. Una persona dalla pelle lucente e dai capelli biondi era raggomitolata sul pavimento:
era un uomo.
Lui stava completamente nudo e sembrava non avere freddo. Il cavaliere prese il suo mantello
e glielo posò sopra la schiena.
Il ragazzo dalla pelle lucente si voltò verso il cavaliere: i suoi occhi abbagliavano e il suo
viso era bello come una pioggia leggera d’estate.
-“Chi sei…tu?” domandò lo strano essere.
-“Sono la persona che cerca di svelare un mistero. Sono l’avventura in persona.”
La conversazione finì lì. Il ragazzo lucente si raggomitolò e si levò il mantello di dosso.
-“Perché vuoi rimanere nudo? Fa freddo in questa stanza!” chiese il cavaliere.
-“Non puoi capire!” Così dicendo il ragazzo si alzò e prese le mai del giovane coraggioso.
Quest’ultimo chiuse gli occhi per poi ritrovarsi in un altro posto.
La stanza bianca era scomparsa, al suo posto c’era una stanza accogliente, il caminetto era
acceso e le candele rendevano caldo l’aspetto della camera del castello. In piedi, davanti
a lui, il ragazzo lucente ora indossava una toga nera e i lunghi capelli turchini erano
raccolti in una coda.
-“Dove siamo?” chiese il guerrirero.
-“Dove eravamo prima!” rispose l’altro.
L’avventuriero non capiva. Si trovava davanti ad un nemico insuperabile? Si trovava davanti al
genio delle montagne di ghiaccio? Era al cospetto del re dell’era ancestrale?
Il ragazzo di luce parlò: - “Voi uomini non riuscite a vedere niente! Anche se una cosa non è
davanti al vostro naso non vuol dire che non esiste…Io non ho freddo, io non sono nudo, i miei
desideri sanno cosa vogliono, la mia mente sa dove vorrebbe essere e cosa vorrebbe avere
addosso…Benvenuto nella mia mente!”
Il giovane eroe si sedette su una poltrona che stava al centro della stanza, il ragazzo
misterioso prese un libro dalla grande libreria che stava su una parete e, distesosi sul letto
a baldacchino cominciò a leggere.
-“E ora, cosa devo fare…Non sono venuto qui per rimanere intrappolato!…Voglio conoscere il
mistero di questa fortezza…”
Il ragazzo pallido lo guardò divertito: -“Hai affrontato il mostro del fiume d’oro, la strega
della palude, il bosco di cristallo e la grifonezza solamente per conoscere me?”
-“Per conoscere te?…Allora sei tu la chiave! Sei tu il tesoro misterioso!”
Ora il guerriero aveva capito tutto. Ma chi era lo strano ragazzo dalla bellezza eterna che
sebrava non interessarsi a lui?
-“Non ti preoccuopare,ora ti dirò chi sono!” Rispose il ragazzo. Ma nessuno gli aveva domandato
nulla -“Lasciami finire questo capitolo, mancano poche righe!”
Come faceva quella creatura a sapere cosa il guerriero stava pensando?
-“Risponderò anche a questa tua domanda, un attimo ti ripeto!”
Finito di leggere il capitolo, il misterioso individuo appoggiò il libro alla biblioteca
e si sedette su una potrona accanto a quella del cavaliere, che prima non c’era.
-“Che delizia guardare il fuoco! Io però ne ho visto fin troppo…
…Il mio nome è Manannan, un tempo facevo parte del mio bellissimo popolo, i Tuatha de Danaan.
Eravamo forti, intelligenti, belli come la luna e le stelle. La nostra arte era la magia
e nessuno poteva sovrastarci in nulla. Ma dal sud arrivarono degli uomini dai capelli rossi,
si chiamavano Gaeli e volevano vendetta. Dicevano che noi avevamo ucciso un loro compagno…
vero o falso, non si seppe mai la verità, so solo che il mio popolo scatenò una violenta
tempesta per bloccare i Gaeli in mare.
Ma a bordo i Gaeli avevano una potente strega che poteva comandare il vento e le nuvole;
arrivati a terra, i Gaeli sconfissero i Tuatha de Danaan e ci misero in schiavitù.
Eravamo stati padroni e re, e ora diventavamo servi dei Gaeli; siamo forti d’animo e nessuno
poteva cambiare il nostro spirito libero così io, Manannan usai i miei poteri per liberarci…
Viaggiai invisibile per tutte le terre conosciute, finchè trovai una valle meravigliosa
sempre illuminata dal sole o dalla luna, protetta da una foresta magica, da una palude malsana
e da un fiume d’oro. Ed in quel posto, io, il grande mago veggente, riunii segretamente
tutti i Tuatha de Danaan. Feci celebrare un grande banchetto, dove tutti bevemmo la birra
magica da me preparata. Chi beveva quella birra non sarebbe più invecchiato, non si sarebbe
più ammalato, non avrebbe più dovuto morire. Così non ci furono più Tuatha de Danaan:
tutti, io compreso, diventammo creature fatate e potentissime, e gli uomini ci chiamarono
da quel giorno in poi col nome di Sidhe, oppure Yldra, o semplicemente Elfi.
Sembrava tutto perfetto: in mio onore, gli elfi mi avevano costruito un immenso castello
di smeraldo dove potevo vivere per tutta la mia interminabile vita assieme alle mie tre sorelle…
…Ma i Gaeli non si arresero: un giorno in cui alcuni elfi erano in viaggio e tutti gli altri
erano a danzare nella foresta, i Gaeli tornarono e con loro portarono la potente strega di nome
Jenny. Ella, senza cuore e perversa, oltrepassò il fiume d’oro, la palude e con un incantesimo
trasformò in cristallo il bosco e tutti gli elfi che erano al suo interno.
Quando i Gaeli entrarono nel castello di smeraldo, poterono usare ancora i poteri della strega:
con un orribile sortilegio, condannò le mie tre sorelle a vivere per l’eternità assieme al
mostro del fiume d’oro e a obbedire ai suoi ordini. I Gaeli mi ritenevano la causa della loro
sconfitta e così chiusero finestre, porte e fessure del castello, mi lasciarono rinchiuso
senza vestiti né legna per scaldarmi, custodito da un mostro alato.
Per nascondere il mistero a tutti, i Gaeli tradirono la strega Jenny e la gettarono in una
profonda fossa nella palude, sperando che morisse, ma invece lei riuscì a sopravvivere
anche se le sue gambe si spezzarono, impedendole di andare lontano.
Così venni abbandonato in questo posto maledetto, senza nessuno a farmi compagnia, con il
pesantissimo dono di vivere per sempre…di soffrire per sempre…”
Ora era tutto chiaro.
Il mistero del castello di smeraldo era svelato.
-“Sei stato coraggioso a superare le tre prove per me, ma devo annunciarti con tristezza
che non puoi più uscire da queste verdi mura…Nessun uomo può distruggere questa mia maledizione…”
Il cavaliere sospirò profondamente. Con semplicità sorrise e si alzò in piedi:
-“…io…io non sono un uomo!” Così dicendo il cavaliere si levò l’elmo:
i capelli scuri e lucenti caddero sulle sue spalle, la pelle chiara e le labbra rosse apparvero
in evidenza; gli occhi azzurri fissavano Manannan sorridenti.
Davanti all’elfo-mago, stava la più bella ragazza della terra.
Non era un cavaliere, né un giovane uomo in cerca di fortuna; non era un avventuriero né un
guerriero: era una fanciulla dalla volontà di ferro, tenace ed astuta.
Non era né una maga né una fata: il suo nome era Zeffira, era figlia di un armaiolo e di una
sarta, appassionata di misteri e magie, amante della conoscenza ed ora, eroina e salvatrice
di Manannan, mago dei Tuatha de Danaan.
Manannan non esitò e abbracciò la fanciulla. Lei lo baciò sulle labbra tanto bianche da sembrare
azzurre. La luce li illuminò: tornarono in quella lugubre saletta spoglia, ma al posto del vuoto
ad infondere luce erano le finestre aperte del castello.
Manaan si ritrovò spoglio della sua toga nera, ma era ancora abbracciato a Zeffira.
Lei gli porse il mantello:
-“Ora vuoi accettare il mio mantello?” Lui le sorrise.
Si avvicinarono alla finestra e Manaanan sospirò:
-“Avevo dimenticato la luce del sole, il profumo dell’aria e la bellezza delle cose!
Tu mi hai liberato!”
Nello stesso momento in cui Zeffira si accorse di provare amore, la foresta di cristallo si
spaccò in mille pezzi, lasciando rivivere la vera e verde foresta.
Gli animali ritornarono reali e tutte le statue di cristallo si rianimarono.
La grifonessa capì d’un tratto che doveva cambiare casa e se ne volò verso le montagne assieme
al suo uovo.
La palude fiorì in un prato e il fiume si prosciugò, uccidendo il mostro e liberando le tre
fanciulle sorelle di Manannan.
Zeffira non aveva trovato solo un misero tesoro, ma l’amore per Manaanan, una cosa molto più
preziosa.
Il castello e il suo meraviglioso giardino si staccarono dalla terraferma e cominciarono a
vagare per il mare, circondati dalla foresta magica e da un prato d’erba dove prima c’era
la palude Odorandola.
L’isola misteriosa continuò a vagare per il mare e gli oceani, abitata da elfi, animali,
uomini, donne, bambini, e un grande amore.
Un amore da favola.
FINE
Streghe
e fate, magia e incantesimi