Kim il mio amato, fra noi si stendono monti oscuri, oceani
impercorribili, dense selve e foreste: come potrò rivederlo, io che non ho né
piedi, né ali? Il letto mi stringe e mi morde come un serpente: sono sola, e
mi afferro al giaciglio solitario. La pena d'amore è uno sparviero che mi dilania
il corpo: mi divora ancor viva e non mi lascia nemmeno da morta. Ormai il mio
sangue è tutto versato, la carne si è sciolta, le ossa sono gusci vuoti:
questa donna grida e si lascia morire."
Padmadevi, sola rimane, anche Nara è fuggita impotente di fronte a tanto dolore
pregava: "Vieni tu asceta, a ridarle l'essenza vitale."
E lontano correva, mentre Padmadevi ancora si lamentava:
"Ladro dell'anima mia, il lago del mio cuore si è tanto ridotto che adesso anche
il fondo si spacca e si frantuma: solo tu, mio diletto, puoi sostenere questo
cuore che va in pezzi: colma quei solchi profondi con la pioggia del tuo sguardo,il
loto che cresceva nel lago del mio orgoglio di essere l'amata tua, ormai è secco
e si confonde con la polvere, ma appena tornerai a bagnarlo, amore mio, germoglierà
di nuovo. Mi sento morire fra spasimi di dolore. Sono mezza bruciata, la carne
del mio corpo è riarsa, e la pena d'amore mi assale come un corvo affamato:
adesso, dopo avermi divorato la polpa, si attacca alle ossa, ma appena ti sentirà
arrivare volerà via: perciò, vieni subito da me!"
Padmadevi aveva perso i sensi e non sapeva nulla di sé e del suo amato ed ora
era caduta nell'oceano sconfinato del dolore. Abbandonata come una tavola seguiva
la corrente dell'oblio e pareva un effige dipinta. I suoi occhi di madre perla,
erano pieni di perle di lacrime, e mentre quelle cadevano e si spargevano, il
suo corpo se ne struggeva e come sale le sue membra scioglieva:
"Sto affogando nel mare profondo del dolore: solo tu puoi riportarmi alla riva.
Ahimè, solo chi soffre d'amore conosce il fuoco che si nasconde in quell'acqua,
un fuoco che brucia anche le pietre e le riduce in calcina, che posso tentare
per averti di nuovo, mio diletto? Che posso fare perché queste fiamme ardenti
si spengano ora? In quale paese posso trovarti? Non c'è un solo luogo in cui
possa cercarti e trovarti, eppure tu mi dimori nel cuore."
Arrivarono Kim e il vecchio maestro a un grande cimitero. E mentre il vecchio
saggio con sé i gioielli portava, diede al suo protetto precise istruzioni sul
come mettersi a meditare lì nel cimitero invocando l'unica Madre, Ma
Gcig "Luce di Lab" l'incarnazione di Tara la salvatrice, col tridente al
suo fianco e la presenza mentale. Losang Trasci i gioielli di Padmadevi ad ogni
villaggio dove passava vendeva, una gemma, un corallo, qui una perla e là un
diamante. Alla fine del giorno il re lo venne a sapere. Dalle guardie il vecchio
saggio fu catturato e legato, portato al cospetto del re incollerito.
"Ma io sono solo un servitore di un giovane Lama,
Tulku
Rimpoche,
vostra di grazia maestà."
Senza paura Losang continuò:
"I gioielli mi sono stati consegnati dal mio padrone, un grande lama che ora
sta in meditazione nel cimitero."
Losang il maestro, fu gettato nelle profonde sotterranee prigioni del palazzo
reale. Tornarono alcune ore più tardi dal cimitero le guardie, kim era in mezzo
a loro scortato. Il suo nobile aspetto d'asceta lo rendeva perfetto e credibile
gran Lama conoscitore dei tantra e dei mantra, Quieto ascoltò le rabbiose accuse
del re, poi con voce calma gli rispose con chiarezza come il maestro l'aveva
istruito.