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SODALIZIO (ANTEM AURORAM)
Siamo soli nel giardino
dove pascolavano pascenti pensieri:
ora semini il segno che mi seduca
con sguardo allusivo.
Dunque hai esaminato con cura
la cavità della mia bocca
la geografia della mia lingua
l'umidità mediana
della mia salivazione.
E le strade
che attraversano la mia schiena
hai percorso con le dita, lascivamente.
Le tue braccia sono radici che
solo il calore del mio corpo
possono dissetare.
E torni a calibrare con cura
la danza che inebria le mucose
la geometria della mia ugola
il cromatismo delle mie labbra.
M'illumino di meno
quando affievolisci la tua morsa,
e oltremodo sorrido
quando sento il premuroso abbraccio
proteggermi dalla concretezza
volgare
dell'aurora.
TEMPESTA DI MIELE
Ogni sguardo è un torrente,
ogni deserto è una carezza
è un'effusione.
Un piacere in estensione
spezzato.
È stato
un incantesimo
a breve termine,
per cui ho estinto ogni costanza.
La disseminazione
dello sperma
dell'abbandono.
Mentre
dal silenzio della mia fortezza
un impulso trascurato grida:
"quando sarà tempo di rivolta?".
Adesso
ogni tempesta è un bacio,
ogni amplesso è una folgore
è fiele.
Miele
colma quest'alveare celebrale,
inonda ogni vetusta cella
ogni ape guerriera.
Euritmica
dall'isolamento del suo trono
la regina prigioniera grida:
"quando sarà tempo di raccolta?"
NUOVOMONDO (08/09/07)
Avanzo, a piccoli passi,
per raggiungere la vetta della catena.
Non riesco a scorgerla qui in fondo,
ma più in alto salgo
e più duttili segnali
pulsano armonici.
Li sento transitare
in ogni polo.
Nervo per nervo.
Osso per osso.
Pervadono il suolo, il metallo, la notte.
La tua saliva,
come una scarpa di cristallo,
fino a mezzanotte è mia.
Ma immenso sarà come
domattina
ci sveglieremo con gli occhi di ieri
ma vedendo più lontano.
Goccia di silenzio dopo goccia
attendo che il primo albore
esploda dal profilo della roccia.
Tutto implode ora
nel fulgore dell'aurora,
come la scansione graduata
del mio piacere.
Streghe e fate, magia e incantesimi
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LO SCRIGNO DEL TUO MIDOLLO
Dov'è la tua tana sotterranea,
tu che con le tue forti dita
strapperesti via
questa caustica carenza.
Fuori dall'ibernazione
tu
che potresti giustificare
ogni mia insofferenza.
Pietra,
è marmorea questa mia dipendenza
dal nostro rapporto ancestrale.
Pietra,
percorrerò la scalinata vertebrale,
fino all'apogeo della tua essenza,
per aprire lo scrigno del tuo midollo
di cui io ho la chiave.
Io ho il nesso sonoro
che intreccia la mia voce alla tua,
la mia dolcezza insensibile
al tuo odore che mi appartiene.
La fibra che collega noi,
il mio iride alle tue vene,
il tuo timpano alla mia pancia,
il tuo scheletro ai miei sensori,
infuria più calore
perché è un diaframma fantasma
che tintinna parole d'amore,
che distilla una goccia di luce,
che apre maree infinite arterie,
che incastona nel verde degli occhi
gioie d'ambra.
Sciogli le mie ginocchia
mentre cullo la tua testa sul mio addome,
ed io mi scioglierò per te
in una doccia trascendentale
un'anarchia sensoriale
che ingloberà ogni materia e vuoto.
Da un latteo sogno glaucopico
volo via
con le ali di una civetta che impetra
dove ti nascondi.
GIGLIO
È invasione di voluttà
tra le grazie di languidi grigi
e rosse note di un piano.
Estatica emissione dalle labbra
di lingue di fumo che s'intrecciano
e spiragli di giorno lontano.
Raccordo tra purezza e libido
è il torpore che penetra il fiato.
Oltre questo tiaso
che c'è se non un suicidio di massa
per un asettico granello di roccia?
Qui invece inebria il mielato ozio
di nude libertà e bellezza:
se c'è del vizio
dev'essere negli occhi di chi guarda.
Se questo è plagio,
com'è dolce farti male.
Odi la mia voce che sfuma,
mio principe dei gigli,
dalla calma al temporale
e, come il melo
tende il frutto a sonagli,
io ti insegnerò
come eiaculare l'orizzonte,
ignoto alla vita di un'esistente.
Oltre
c'è solo il cimitero dei gorilla,
carcasse decomposte dalla giungla,
e il corno del rinoceronte
eroso dalla palustre corrente.
SWALLOW
Quando il tuo sguardo dorme le tue palpebre bisbigliano:
mi dicono: non riposare
di ammirarle oscillare ancora.
Ecco che rimango inerme, se i tuoi occhi si schiudono: non riesco più a ragionare perché il tuo iride mi divora.
Ed io mi lascio ingoiare.
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