Magia e incantesimi

Daimon e altre poesie incantesimi

di Michelangelo Rossato 2008

DAIMON

Io sono ebbro di passione
danzo nell'harem delle aurore stanche.
Le mie branchie respirano parole
come madri che bramano la prole.
La delizia di un cuore che sente.
La croce di un'aorta che si apre a tutti
e non riceve niente.

Qualcosa, in ogni colore e suono.
Io in ogni dolore sono.

Nuoto nel mefitico brodo,
tra le voci di gemmei eoni,
oltremodo consumo la carne
per sfumarne in un altro corpo
le polverose onte, antifone.
Ma dall'alto, è sorto
un primigenio bagliore
mi possiede, grida luce.
Spegne ogni voce.
Veloce, in me inietta calore.

- Sai chi sono? - sibila il Sole
Sì. Tu sei il padre di mio padre.

Ascende dalla mia pancia
un profluvio di idealismi lividi.
Una preistorica danza
che vomita gemiti
di piacere, come un'area nevralgica
che sboccia in un orgia di vita.
Rinasco entità di roccia.

Tu sei il vespro che dà militanza.
Mai più aulirò di sopravvivenza.

Affilerò i circuiti, le zanne
e le radici sparerò nel suolo
con ultraviolenza.
Sarò insensibile, e indenne,
grazie alla conoscenza della terra
sarò il replicante di muscoli.

Tu sei l'ostrica di una guerra al cardiopalma.
Ed io la perla.

Ora sono pieno,
come la luna gravida,
del liquido amniotico,
demonico utero,
dove incubare il mio demone.
Anemone in fiore.

Tu sei il Nadir e lo Zenit.
Ed io il blu frapposto.

 

NATURA MORTA CON BOTTIGLIA

Trovai perle nere
per la mia via.
E le ingoiai.
Lungo il mio cammino,
sempre più mortifero, verso la vetta,
ho lasciato che la ruggine
stigmatizzasse i miei palmi.
L'attesa inchioda più del ferro
e ha decomposto le mie cosce,
disfatte dall'arduo percorso
riarso da tedio e miseria.
Ma la cima è imminente,
riesco a scorgerla.
Ora, in seno alla tempesta dolente,
mi ricopre la tua mistica mandorla:
un'aurea che cura ogni nervo lacrimante
ogni pianto congelato
ogni muscolo contuso
ogni nervo strappato.
Solo ora mi miri dall'alta montagna.
Filtri attraverso le sbarre,
filtra il cuore tuo in bottiglia.
La mia natura morta si risveglia.
Nella strada che mi ha portato a te
Le mie ossa sono state divorate
come prelibati pasti dalla vanagloria;
ma ho nascosto la chiave nel ventre
assieme alle perle nere ingoiate.
In un'empirica missione
di salvataggio
comincio ad aprire le serrature.
Non so esattamente quante sono.
Non so bene come sbloccarle.
Ma la mia volontà è più forte
della gabbia che ti separa
da me.
E grazie al canto delle sirene
abbraccerò la tua divina nudità
profilata di luce

 

ORCHIDEA

(Apro una parentesi
(per spegnere il suono)
perché nei sorrisi si estingue ogni parola)
Stendo le ali
(corrodo ogni idioma)

ma albeggio un canto

 

VERMIGLI

È assurdo quando rimiri contemplando
quanto è difficile rimanere in vita.
Eppure tu respiri ancora.
Mangi polline della terra
e fiori vermigli dell'acqua
che degusti solamente
quando
il rantolo apicale di qualcuno
ti partorisce nuovamente.
È fastidioso quando vorresti
eclissarti al posto degli altri.
Eppure hai paura del tuono.

(ciao Elisabetta)

 

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MÖTHIR

Una millenaria preghiera
attraversa i muscoli e le ossa;
Dischiuso quest'ennesimo occhio
comprendo di essere il tuo fiato
e tu dilaghi in ogni cosa.
Unico ventre generatore
utero di fango,
il tuo seno tracima salsedine
il tuo seme esplode tormente.
Madre, fratello, amante.
Permei e ingravidi
partorisci e penetri.
Ti sei offerta con il primo raggio
di oro immacolato
al tuo sublime figlio
ed io ti ho divorato
come un'ostia.
Prendimi. Prendimi.
Sono il tuo sposo

 

MATASSA

Con calma imprevedibile
la sua diga riversa spalancata
ogni cosa nella mia vallata silente.
È così affascinante il suo ondeggiare, così
oscuro. È così similare a me
e così inattaccabile, come un castello
sommerso, dalle spesse mura di corallo.
Perché il suo sguardo fugge il mio?
A volte sono così vicino
a confusionali lacrime,
così vicino al semplice abbracciarlo.
Non è facile per me
eclissarmi
in una scatola di oro colato.
Esplodo dentro, esploderà la mia nascosta passione
il mio amore controllato esploderà
in piccoli frammenti.
Li raccolgo in una matassa di silenzio
con le pulsazioni che arrivano dalle sue dita
e li tengo al riparo, nascosti, nel mio addome,
come una dispensa per l'inverno.
Finché non si spengono.
Lui si rivela, lentamente, mostrandomi
tutti i lati del diamante, resuscitandoli dal buio.
Ma quanti carati ancora necessitano
di essere lucidati proprio da me?
A volte sono così prossimo
a disorganiche lacrime,
così vicino al semplice sfiorarlo
senza badare a loro,
gli umani.

 

SIREN EIMI'

Io sono la sirena
e sono dispersa nel denso abisso.
Non voglio la compassione delle onde
né le lacrime asciugare.
Io sono la marea
che la luna bianco occhio
chiama a sé
e poi rigetta,
perché grandi aspettative ingabbiano.
Tendo le braccia pallide
ma l'uomo è sordo.
Oltre il sonoro, oltre la carne
mi odio
odio le squame, le mie stanche metriche,
odio le mani, le labbra, il canto alto levato.
Sgretolo i teschi
e le anime che inesorabilmente
lascio volare via.
Questa sono io, sirena,
ossa fragili come corallo,
e la mia isola
vomitata dal mare
dove non vivo.

 

LISCHE

Il mio corpo
è il tempio
dove pregano remore e disfatte.
È un sagrato dove consumo
sordi pasti e battaglie
in silenzio.
L'altare è imbandito ma nessuno mai
rinverrà il modo per non svalutare
la miseria nel conforto
del calore
di un corpo.
So che l'attesa è difforme
che tempra quanto disarma
ma intanto permane termico
il mio tormento.
Per quanto
allungando le bianche braccia
proietterò lo sguardo oltre l'Eden?
Pertanto
conterrò i capillari gonfi lividi
perché chi troppo abbraccia
nulla stringe.
Le pareti del tempio
piangono sangue:
sono le fondamenta languide.
Sono un esule oratore
di esili consigli
che mai seguo.
Il mio corpo
è l'abisso
dove sprofondano volontà e lische.

 

ACQUA FREDDA

Cos'è quel corpo che esce dal fango?
Si rigenera dal verde come un fiore.
Le foglie diventano muscoli
e ossa, il muschio sangue.
Perché
persino la terra
piange la distanza?
Datemi un seme.
E mi coltiverò un corpo anch'io.
Mentre attendo la fioritura
del bambino che amerò.
Degli sguardi che ora poggiano altrove.
Di labbra che non pregano Dio.
Datemi un seme.
E lo allatterò con acqua fredda
e sangue mio.